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Parola d'esperto

L'economia mondiale si sta giapponesizzando?

Per 25 anni il Giappone ha visto una bassa crescita, un’inflazione bassa o negativa e bassi rendimenti obbligazionari. Ora sono la Cina e l’Europa a soffrire maggiormente di questo “malessere giapponese”. Gli Stati Uniti sembrano essere abbastanza diversi dal Giappone da suggerire che non sussista il rischio deflazione.

16/05/2016

Allan Conway

Allan Conway

Head of Emerging Market Equities

Per 25 anni il Giappone ha visto una bassa crescita, un’inflazione bassa o negativa e bassi rendimenti obbligazionari. Ora sono la Cina e l’Europa a soffrire maggiormente di questo “malessere giapponese”. Gli Stati Uniti sembrano essere abbastanza diversi dal Giappone da suggerire che non sussista il rischio deflazione.

Al momento, in molti temono la deflazione. I deflatori del PIL stanno certamente segnalando numeri bassi, ma ci sono alcune importanti differenze rispetto a quanto sperimentato dal Giappone negli anni ’90.

In questa fase, dopo il suo percorso di crisi, Tokyo era già in territorio ampiamente deflattivo. Gli Stati Uniti e l’Eurozona sembrano invece essersi stabilizzati su livelli d’inflazione bassi, ma positivi. La Cina mostra un trend forse più preoccupante, con un deflatore in rapida discesa e per il momento nessun segnale di stabilizzazione. In ogni caso, la deflazione è una minaccia, non ancora una certezza. Cosa serve dunque per evitarla?

Negli Stati Uniti non molto. Il mercato del lavoro è flessibile e le banche sono efficienti. Se la minaccia deflazione dovesse intensificarsi, il governo potrebbe prendere in considerazione misure fiscali, come il condono dei debiti come ad esempio quelli contratti durante il percorso di studi universitari.

Nell’Eurozona, la Germania gode di una posizione fiscale solida e c’è ancora spazio per investimenti nelle infrastrutture pubbliche. I vincoli fiscali stanno ostacolando gli sforzi dell’Italia nel ripulire e ricapitalizzare le banche. Nel momento in cui la politica fiscale frena la domanda e blocca le riforme strutturali, allora significa che è troppo stringente. Il vero punto interrogativo per quanto riguarda l’Europa è se il quadro politico-istituzionale dell’area euro possa permettere un’inversione di marcia e accettare una politica fiscale espansionistica. Inoltre, nel rispondere alla grande crisi, l’Eurozona ha seguito un percorso non omogeneo. Per esempio, alcuni dei Paesi più colpiti dalla crisi hanno attuato riforme significative. Nel caso della Spagna, potrebbero persino essere state sufficienti. In Grecia, molto è stato fatto, ma il resto d’Europa chiede ulteriori provvedimenti. In Germania pochi hanno riconosciuto la necessità di attuare cambiamenti, a seguito delle riforme del mercato del lavoro intraprese all’inizio degli anni 2000. Tuttavia, quasi certamente serviranno riforme nel settore bancario.

Per certi versi, la Cina sembra come il Giappone degli anni ’70: al termine della fase di boom degli investimenti, ma ancora lontana da bolle e crisi. Se la si guarda da un’altra prospettiva, sembra invece che stia soccombendo al malessere giapponese in termini di rallentamento della crescita e inflazione. L’eccesso di capacità produttiva che caratterizza alcuni settori industriali della Cina sta causando una pressione deflazionistica. Bisogna in qualche modo risolvere questo problema. E probabilmente si renderà necessaria anche una politica monetaria più accomodante. Ciò è difficile da attuare senza causare anche un indebolimento valutario, che risulterebbe politicamente sgradito.

In generale, la conclusione è che ci sono sicuramente alcune azioni che possono essere fatte per allentare la pressione deflazionistica, ma molte di esse sarebbero considerate alquanto radicali e richiederebbero importanti decisioni politiche sia in Cina che in Germania.

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