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Perspective - Parola d'esperto

Crescita globale, ottimismo di lungo termine

Tre motivi per essere fiduciosi

27/03/2019

Un quesito sulla bocca di molti al momento riguarda il possibile avvicinarsi di una recessione globale. Noi riteniamo che non assisteremo a una recessione, ma piuttosto a un rallentamento, anche se gli indicatori di breve termine restano deboli e i volumi degli scambi commerciali a livello globale sono crollati alla fine del 2018 (Grafico 1). I prezzi delle commodity industriali, un altro indicatore del ciclo industriale, continuano anch’essi ad essere bassi.

 

Abbiamo visto qualche segnale di miglioramento nei PMI relativi agli ordini di esportazione, ma questi potrebbero essere stati distorti dal Capodanno cinese. Riteniamo che alcune delle debolezze commerciali siano legate al fatto che le aziende hanno accelerato gli ordini di importazioni prima dell’aumento dei dazi. Ciò dovrebbe portare a un calo degli inventari nei prossimi mesi, cosa che peserà sull’attività e che potrebbe portare i PMI a livelli critici, inferiori a 50.

Tuttavia, finché la domanda non collassa, ci dovrebbe essere la possibilità di assistere a una ripresa una volta che i livelli delle scorte si saranno equilibrati e gli eccessi saranno eliminati. I bilanci delle società e i flussi di cassa non sono al momento a livelli eccessivi e quindi un calo della crescita non dovrebbe portare a rilevanti tagli delle spese.

Le preoccupazioni riguardo a una possibile recessione resteranno elevate nel breve termine, ma guardando ad un orizzonte temporale più lungo siamo diventati più ottimisti riguardo alla crescita, come conseguenza di tre fattori:

  • I prezzi energetici sono più bassi e sebbene si tratti in parte di una conseguenza dell’indebolimento della domanda a livello globale, questa situazione sta aiutando ad abbassare il livello di inflazione, che a sua volta sta sostenendo il potere d’acquisto dei consumatori a livello globale. I consumatori statunitensi tendono a vedere i benefici complessivi di questa situazione, grazie alla tassazione relativamente bassa sulla benzina che, combinata con un aumento dei compensi, sta portando a una crescita dei salari reali attorno al 2%, il livello più alto negli ultimi tre anni. Ciò vale anche per l’Europa e l’Asia. Riteniamo che i consumatori rappresentino un elemento a sostegno della crescita secondo le nostre previsioni.
  • Gli Stati Uniti e la Cina si stanno avvicinando a un accordo commerciale, dopo la decisione del Presidente Trump di portare la deadline oltre il 1° marzo per l’aumento dei dazi dal 10% al 25% sui 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi.
    Sebbene ci siano ancora diversi ostacoli da superare, soprattutto in riferimento alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, ciò ha segnato un miglioramento rispetto all’escalation che ci aspettavamo precedentemente. L’aumento dei dazi sarà ora più limitato e ciò aiuterà a ridurre i costi, a proteggere i margini di profitto e a contenere l’inflazione. Questo fattore è stato alla base della nostra previsione di un’inflazione core inferiore negli Stati Uniti. L’accordo dovrebbe anche aiutare a ridurre l’incertezza e a portare un po’ di chiarezza alle società che hanno sospeso la pianificazione delle spese, in attesa di decidere il futuro delle loro supply chain internazionali.
    Tuttavia, le notizie sull’accordo commerciale non sono tutte positive. Parte dell’accordo prevederà maggiori acquisti di prodotti energetici, agricoli e manufatturieri statunitensi da parte della Cina ($1 miliardo nel corso dei prossimi sei anni), che probabilmente porterà a una riduzione delle vendite per le aziende ex-Usa. L’Europa e il Giappone potrebbero soffrirne in qualche modo. Inoltre, al riappacificarsi delle tensioni commerciali, la guerra tecnologica rimane pienamente aperta e ci aspettiamo che gli Stati Uniti continueranno a sfidare la Cina in quest’area, attraverso sanzioni sulle società cinesi o attraverso il divieto alle aziende Usa di esportare componenti tecnologiche fondamentali.
  • La politica monetaria è più accomodante. Ciò in parte è una conseguenza del minor livello di inflazione, ma segna anche un cambiamento dell’orientamento politico della Fed, dato che la Banca Centrale è diventata più propensa a rispondere alle condizioni del mercato finanziario. Sebbene il nostro scenario di base sui tassi della Fed sia cambiato (prevediamo un picco al 2,75% e non più al 3%), i tassi di lungo termine sono diminuiti e gli asset rischiosi sono entrati in rally, rendendo quindi le condizioni finanziarie più accomodanti. Inoltre, la Fed ha segnalato una fine più vicina del previsto per il suo quantitative tightening, il processo di riduzione di bilancio che dovrebbe essere completato entro la fine dell’anno secondo le aspettative attuali. Ci aspettiamo quindi che la Fed aumenterà i tassi un’altra volta soltanto prima che questi inizino a diminuire nel 2020, al venir meno del sostegno derivante dai tagli fiscali e si vedranno gli effetti del tightening. Al momento sembra abbastanza improbabile che la Camera controllata dai Democratici darà il via libera a ulteriori sostegni fiscali.

Questi tre fattori sono alla base delle nostre previsioni per l’economia globale. Tuttavia, abbiamo recentemente ridotto le nostre previsioni sulla crescita del Pil globale nel 2019 al 2,8% dal 2,9%, sulla base delle nostre previsioni al ribasso per UK, Eurozona e Giappone, controbilanciato da un lieve aumento sulle aspettative per la Cina. Allo stesso tempo abbiamo però aumentato le previsioni su un orizzonte temporale più lungo. Per il 2020 le previsioni di crescita per gli Stati Uniti sono passate all’1,6% (dall’1,3%), per il Giappone allo 0,4% (dallo 0%) e per la Cina al 6,1% (dal 6,0%).